INTERVISTE

«L’ uomo ritroverà una sua identità artistica in valori complessivi e non più nell’individuo mentre, come coscienza singola, forse scomparirà» Nicola Pagliara è un famoso architetto Italiano che è stato Professore Ordinario di Progettazione Architettonica della Facoltà di Architettura dell’Università Federico II di Napoli dal 1975 fino al 2008. Si è ritirato dal suo impegno didattico e ha sempre avuto il suo studio a Napoli, il quale per ragioni della crisi affronta molte difficoltà. Si tratta di una persona poliedrica e dichiara apertamente che «impazzisce» quando non impegna il suo estro. A causa del fermo che si è venuto a creare negli ultimi anni nel campo della sua professione di architetto, ha trovato l’opportunità di occuparsi di un’altra sua passione, cioè quella della scrittura. Ha collaborato e collabora periodicamente con riviste e giornali, ma negli ultimi anni è pubblicista nel giornale «la Repubblica». I suoi articoli scritti negli anni 2008-2010 sono raccolti nel libro col titolo «Riflessioni» pubblicato dalle Clean Edizioni. In questi il lettore trova diverse storie scritte a volte con un’amara ironia, a volte con un animo nostalgico per un passato trascorso che non ritornerà e a volte con stupore enigmatico e con aria sibillina sull’argomento se l’uomo ha appreso dai suoi errori. Più di ogni altro ha rappresentato la fonte di ispirazione e idee sia per la sua rettitudine e sia per la passione nel dedicarsi a qualsiasi campo di interesse. Certamente non lo si può caratterizzare come persona senza alcun entusiasmo. Ha il concetto dell’architettura come una forma di arte e tecnica dove lo spirito umano trova la sua totale possibilità di espressione e di sviluppo. L’estetica completa la sua ragione di esistere nella materia quando è in armonia con la funzione, creando infinite potenzialità di applicazioni e di realizzazione. Il risultato forse dimostra in pratica quanto l’uomo rispetta o no se stesso e l’ambiente, siccome l’architettura, con il sostegno della tecnica delle costruzioni, possa riflettere nella sfera dell’umano intelletto l’ispirato concetto di sistemazione dello spazio come protezione dalla natura e per la convivenza dell’atomo con la natura. Nell’architettura lasciano le loro orme la storia, le mentalità, le conquiste, l’economia, le lotte politiche, la bellezza, le opposizioni e ogni tipo di impegno si incorpora nella materia e rispecchia nella forma l’uomo e in essa se stesso. Così forse si potrebbe comprendere la sua frase: «L’architetto quando decide di mettere la matita sul foglio deve tener presente tutta la storia dell’umanità». L’ho conosciuto dieci anni fa nello studio precedente e ho avuto la gioia di incontrarlo nuovamente di recente nel suo nuovo studio. Dato che questo studio è più piccolo è stato costretto di privarsi del suo enorme archivio, il quale costituisce tutto il lavoro di una vita professionale e che è stato sistemato in fretta in scatoloni e trasportati altrove. Nicola Pagliara rappresenta da solo un’epoca. Da professore è sempre stato creativo, passionario con la sua materia e regolarmente attivo, tanto con il suo lavoro che con i suoi studenti. Le sue ispirate costruzioni esprimono fantasia, la sua inventiva e i suoi esprerimenti e il desiderio di una ricerca infinita, rispettando l’ambiente con armonia. Era sempre circondato dai suoi allievi ai quali ha trasmesso il suo entusiasmo per ogni progetto che portavano a termine come lezione. È una persona con prospettive, con voce squillante, dinamico senza essere nervoso, esuberante con sentimenti e idee, che da importanza ai particolari. «L’architetto si distingue nella ricerca del particolare» è stata una sua amata espressione. Sono stata anche io, tramite i miei genitori che hanno fatto parte nel suo gruppo di studio, un poco una sua alieva. Uno dei suoi insegnamenti è stato un’indirizzo anche per me, cioè il concetto che la forma estetica proiettata all’ esterno deriva da una giusta distribuzione interna, le stesse distribuzioni quindi definiscono la forma. Ciò è stato uno dei principi che ha formato il mio metodo di scrittura. Infatti anche la scrittura è un tipo di costruzione basata sul’organizzazione di elementi e sulla direzione di idee. Ciò lo riconoscierebbe, immagino, anche Nicola Pagliara perchè pubblica degli articoli, creando un tipo di costruzione mentale tramite gli scritti, per non «impazzire», come lui dice. Di tutto questo e di altro abbiamo discusso nel suo studio a Napoli. Giulia Limperopoulos: «Mi descriva con poche parole il suo percorso professionale». Nicola Pagliara: «Ho deciso di fare il mio mestiere quando mi sono reso conto di poter raccontare con l’Architettura l’immaginario della mia adolescenza; con lei ho potuto realizzare la sintesi fra storia, tecnica ed estetica. Per ottenere qualche risultato, le ho dedicato tutta la mia vita, ma anche all’insegnamento, che mi è stato utile per dare un significato a ciò che volevo fare». G.L.: «Cosa è secondo lei l’architettura?» N.P.: «L’Architettura è l’indispensabile strumento per raccontare il ruolo politico della società, dei suoi valori etici e la sua capacità di costruire una coscienza estetica. Più di qualsiasi altro mestiere o attività artistica, racchiude la speranza dell’uomo di lasciare tracce utili a conservare la nostra memoria. Con la memoria costruiamo il futuro che non potrà mai essere uguale al passato, ma simile, insieme a tutto quanto ogni secolo porta con sé». G.L.: «In Grecia molti che decidono di farsi costruire la loro casa si rivolgono principalmente ad un costruttore o ad un geometra o ad un ingegnere edile, perchè ancora non hanno la coscienza di cosa sia capace un architetto. Molto spesso confondono l’architetto con un decoratore. Anche i costruttori non considerano necessario collaborare con un architetto, per loro solo struttura e distribuzione servono per innalzare una scatola di cemento. Non conoscono o non vogliono conoscere la comunione di distribuzione, forma e struttura. Come in Grecia anche in Italia avvengono dei comportamenti e considerazioni simili?» N.P.: «Fino ad una trentina di anni fa è stato così anche in Italia, negando la necessità dell’Architetto, relegandolo ad un ruolo mondano. Poi, lentamente, si è presa coscienza del valore aggiunto che l’Architetto poteva offrire alla città e al privato, dando inizio ad una stagione nuova nella quale l’Architettura si è riscattata dalla pura tecnica. In questo senso ha avuto un ruolo importante la buona critica che ha messo in evidenza l’importanza dell’estetica nell’uso della città. Fin tanto che la paura non ha preso il sopravvento facendo regredire gli obiettivi che erano stati faticosamente raggiunti». G.L.: «Mi puntualizzi in breve le differenze che intercorrono, in base alla sua esperienza, tra la vecchia e la nuova scuola architettonica. Per esempio, la pianificazione applicata nel dopoguerra ha risolto molti problemi tecnici e sociali di quel periodo giungendo al suo scopo. Verso quale indicazione procede oggi l’architettura moderna?» N.P.: «Nel dopoguerra la cultura marxista pose l’Architetto e la pianificazione urbana, nella condizione di dover affrontare al meglio e al più presto i problemi che erano rimasti irrisolti. La società ebbe bisogno di ricostruire case per un nuovo proletariato. Contemporaneamente l’urbanistica si rivolse alla residenza borghese, ampliando la scelta di nuove aree nelle periferie urbane. La visione marxiana cercò di limitare la speculazione, incrementando il recupero, riuscendoci però solo in pochi casi restati emblematici. In compenso i fallimenti furono numerosi e le città ne hanno risentito al punto da paralizzare, con la nuova generazione di piani, la possibilità di salvare il vecchio tessuto urbano. Caduti i valori espressi dal radicalismo sociale, l’opulenza e la pura estetica fino a pochi anni fa avevano conquistato un territorio di possibilità che hanno travolto le serie speranze degli anni ’50. La crisi dell’occidente, che strangola il nostro tempo, ha prodotto un ripensamento dei valori, ponendoci nuovi obiettivi». G.L.: «Quale è il futuro professionale di un’architetto tenendo presente le difficoltà odierne? Quale è, secondo la sua opinione, la prospettiva dello sviluppo di questa professione?» N.P.: «Secondo una visione pessimistica, alla nostra professione non si presenta un futuro nel quale gli antichi valori dell’Architettura possano trovare ancora spazio. È probabile che l’interesse sarà rivolto soprattutto al recupero dei vecchi centri urbani e del già costruito, piuttosto che a delle inutili espansioni. Ma dal momento che l’Architettura si può considerare il vero polso della società, è possibile che le indicazioni che potranno offrire la politica e l’economia cambino radicalmente la prospettiva sociale. Dal che ne potrebbe risultare una diversa valutazione estetica». G.L.: «Come può essere esercitata la professione di architetto in un Paese che ha molti vincoli paesaggistici e ambientali tenendo conto che tutta l’Italia è un museo a cielo aperto?» N.P.: «La mia opinione è sempre stata che i vincoli paesaggistici non hanno mai rappresentata una limitazione all’espressività dell’Architetto. Anzi ritengo che i limiti costituiscono una eccezionale opportunità per stimolare il nostro immaginario». G.L.: «Come si possa spiegare che in un Paese, il quale ha generato illustri architetti e scienziati, si eseguino lavori con o senza permessi che conducono a disastri totali?» N.P.: « È la cattiva politica e la corruzione che consentono quei disastri, dai quali ci si può difendere solo con una solida condotta etica e con ideali chiari e irrinunciabili». G.L.: «Lei ha detto che l’architetto quando decide di mettere la matita sul foglio deve tener presente tutta la storia dell’umanità. Mi può analizzare questo suo concetto?» N.P.: «I segni che ognuno di noi produce in qualsiasi campo sono frutto della nostra cultura, la quale si realizza su strati che appartengono al tempo. Di conseguenza anche un semplice tratto di matita porta con sé il peso della propria coscienza e soprattutto l’appartenenza alla storia dell’umanità». G.L.: «Mi dica se è possibile avere in attivo uno studio architettonico quì a Napoli dato che le attività sono stazionarie già da due anni». N.P.: «Lo studio finchè si può, nonostante la crisi, è per un creativo un luogo indispensabile per isolarsi dal resto del mondo e pensare (o ripensare) a ciò che è stato il proprio ruolo. Abbandonarlo equivale ad aver deciso di suicidare il proprio passato». G.L.: «Le manca l’insegnamento?» N.P.: «L’insegnamento ha rappresentato l’altra metà della mia vita. Con l’insegnamento ho imparato a capire soprattutto me stesso. Di conseguenza mi manca molto; tuttavia ora ho più tempo per ripensare a ciò che ho raccontato in tante lezionie a ciò che avrei potuto dire. Così ho deciso di scrivere le mie memorie». G.L.: «Come trascorre il suo tempo? Mi descriva i suoi interessi. Lei è una persona poliedrica, e oltre ai molteplici impegni pubblica i suoi articoli sul quotidiano “la Repubblica” dal 2008. Come è nata questa iniziativa di collaborazione?» N.P.: «Non mi annoio ancora. Quando sentirò questo sentimento comincerò a morire. Scrivere e collaborare ad un giornale è sempre stata la mia passione dichiarata. Ho sempre detto che, se non avessi fatto il mio mestiere, avrei voluto essere un corrispondente di guerra. D’altra parte ho fondato e diretto due periodici; ho da anni scritto per riviste di Architettura saggi e critiche; ho pubblicato libri didattici, non necessariamente dedicati all’Architettura. Uno dei racconti critici, al quale sono molto affezionato, è stata una lettura analitica de “L’Infinito” di Giacomo Leopardi. Ma la politica, vissuta con una buona base di ironia, mi ha spinto a collaborare a piccoli giornali, poi a testate autorevoli, appena ho potuto. La mia partecipazione oggi ha lo scopo di sentirmi vivo e presente nella società; in secondo perchè voglio lasciare traccia della mia presenza di intellettuale a futura memoria». G.L.: «È sempre nella mia intenzione concludere le interviste con un augurio, quindi anche a lei chiedo che esprima un suo augurio riguardo il futuro di creatività artistica e tecnica nel quadro critico di questa epoca odierna». N.P.: «Carissima Giulia, mi chiedi un augurio per questa umanità impazzita e spietata, così credo di non poterti dare una risposta plausibile. La creatività futura suppongo che sarà legata a valori in cui l’etica avrà scarsa ospitalità; la “bellezza” come l’avevano immaginata i padri dell’arte è finita in soffitta, facendo prendere corpo al “sublime”, che potrà essere oltre che del linguaggio anche della tecnologia. Il che però non significa che sarà esclusa dal futuro dell’uomo una sua identità artistica; solo che la ritroverà in valori complessivi e non più nell’individuo, mentre come coscienza singola forse scomparirà».

Prendendo come esempio l’Italia che mantiene i centri storici nel maggiore numero delle sue città ad un buon livello di manutenzione, mi sono chiesta perchè in uno stato come la Grecia dove con insistenza si vanta della sua storia, forse teoricamente, essa non riesce ad elaborare il suo valore praticamente. Forse è in rapporto con una problematica di profonda comprensione? Ricordiamo veramente il nostro passato o quando ci serve qualche argomento per ragioni politiche apriamo i polverosi tiretti sfogliando in fretta il libro di una memoria arrugginita? Lo comprendiamo questo nostro passato oppure esprimiamo dei pensieri senza fondamento e sostanza, per disperdere delle impressioni con intenzione? Con la certezza della crisi dei principi che attraversiamo, la quale ci spinge o ci dovrebbe spingere a dubitare di noi stessi e riconsiderare, mi sono sorte delle riflessioni, forse in più si è azionata la magica bacchetta di Nicola Pagliara. Lο ha detto anche lui: «Ai miei studenti ho detto sempre quando scrivete la parola Architetto la dovete scrivere con la “A” maiuscola, non accetate mai niente di meno, perchè l’Architetto è un mago». L’architettura, quindi, offre un modo di pensare, risultando un ampio campo di produzione intelletuale, perchè abbraccia diverse branche delle sfaccettature umane. Lo sviluppo poleodomico della città di Atene e di altre città è stato e continua ad essere un’avventura, specialmente dopo «l’invasione» del cemento armato. Passeggiando in una città non si nota solo il rispetto verso il passato oppure no e della sua storia. Il passato non dimostra il vero risultato di tutto ciò che ci ha insegnato mantenendolo nei musei, ma si dimostra da quanto l’uomo moderno rispetta se stresso, quindi anche da quanto rispetta il suo ambiente abitativo. Da quanto ancora interlega gli stimoli e le sue necessità in modo funzionale senza posizionare disordinatamente una costruzione affianco all’altra oppure una sopra all’altra. Questa ultima parte si riferisce alla stratificazione urbanistica delle città, come, per esempio, è stata la conseguenza di una sucessione di autorità politiche o religiose. L’affermazione dello sviluppo però ricerca una assimilazione liturgica e non una riproduzione dei prototipi precedenti. L’aspetto sgradevole, tra l’altro, di una città, per esempio, con riferimento al carattere antropocentrico dell’architettura come arte e scienza, non traduce tra il linguaggio costruttivo e materiale dell’architettura niente altro che degli interni scontri e dinamiche di una società. Un’indicazione della mancanza della misura umana nella città offrono i muri di case attigue, dalle tracce che sono rimaste sul muro di fianco delle case moderne quando la vecchia costruzione al loro fianco e stata demolita, prima che si scavino le fontamenta di una nuova costruzione sul terreno rimasto libero. Con la mancanza della misura umana forse anche con la mancanza del’equilibrio interno, in una più ampia visione, è interrelazionata la distruzione dell’ambiente e degli edifici storici, che puntualizza l’assenza di connessioni con la storia dello spazio o della loro non comprensione. Il senso della struttura si può trovare in molte forme di espressione, nel linguaggio, nell’arte, nell’organizazione del proprio pensiero, quando acquista forma e smette di essere solo idea, può causare la sorpresa o la repulsione come incorporazione dello spirito che si cristallizza in essa. In altre parole, la quantità di cemendo che distrugge l’ambiente naturale e rade al suolo delle distese boschive e spazi verdi, dentro o fuori della città, è tanto rappresentativa del prismatico indole umano quanto l’espressione dell’estetica quando sorge in modo eccellente dalla materia. La sostanza della problematica è nello scegliere chi vogliamo essere o diventare. La costruzione è una specie di grafico culturale con resistenza negli anni e possibilità di un racconto futuro.

CityMag . online magazine http://city-mag.weebly.com/6/post/2013/03/citymag-portrait-nicola-pagliara.html

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